



Alla fine di un anno scolastico, le aspettative e i desideri di studenti e famiglie delle scuole primarie e secondarie sembrano concentrarsi in termini di ‘riuscita’, ossia nei “voti,” che a volte corrispondono, a volte deludono.
La crescita, o meno, umana e culturale, cioè la valutazione di un’esperienza, di un intero anno di cammino e lavoro è ratificata, nell’immaginario comune, dai “voti”: niente di più riduttivo e inutile!
La valutazione nelle nostre scuole non è la certificazione di una competenza: valutare un alunno non è esprimere un giudizio sulla persona ma su un segmento di lavoro in un tempo stabilito. Pertanto lo scopo ultimo della valutazione è la valorizzazione per motivare e spingere maggiormente all’apprendimento, per imparare e conoscere: in poche parole, per crescere.
I voti esprimono un tentativo di indicare un percorso non di misurare la propria “riuscita”.
Del resto ‘valutare’ significa prima di tutto riconoscere un valore, affermare il valore dell’altro e quindi della realtà intera. La valutazione, quindi, coincide con l’educazione: non significa un generico “va bene” che elimina la fatica, impedisce la correzione reale, cioè, in ultima analisi, impedisce il cammino, ma non è nemmeno la misurazione impietosa, la severità fine a se stessa, l’applicazione delle regole (ad esempio il voto esito di medie matematiche).
C’è un modo di valutare che chiude l’alunno nel proprio limite invece di valorizzarlo, anche attraverso l’eventuale insuccesso, indicandogli la strada e fornendogli gli strumenti per conoscere, trasformando la difficoltà in risorsa.
Questa consapevolezza non deve essere condivisa solo dai docenti e dai loro alunni ma anche dalle famiglie: spesso sono proprio i genitori che sentono “giudicati” i propri figli, che rimangono delusi da una valutazione perché loro per primi concepiscono il voto come la certificazione di una competenza più o meno raggiunta. Invece nella sana dinamica del rapporto tra un docente e il proprio alunno non nasce il dubbio del “giudizio su di sé”; a volte è più chiaro per l’alunno il senso della propria valutazione, operata dal docente che stima e con il quale cresce nella conoscenza, che non per i propri genitori e spesso se nascono dubbi in un ragazzo questi sono generati dalla percezione che i genitori stessi hanno della valutazione.
Gli insegnanti sono chiamati ad esprimere un giudizio e la valutazione è il nome che nella scuola si dà a un atto di giudizio che è l’affermazione di un valore attraverso degli strumenti. Allora anche l’assegnazione di un debito nella scuola secondaria di II grado non è semplicemente il risultato di un esito, non è un fallimento, ma uno “strumento” perché l’alunno faccia un passo in più, si apra maggiormente alla conoscenza e sia aiutato ad assumersi la responsabilità di uno studio attento e serio.
Il tema della valutazione potenzia una professionalità, perché tanto più un docente è capace, tiene a sé e al proprio lavoro, tanto più affina gli strumenti e diventa più professionale, più creativo, più attento e preciso.
Del resto la passione al lavoro muove al bisogno di rendere gli strumenti sempre più funzionali al proprio compito educativo.