
LO SGUARDO SUL BELLO
Ottobre 2026L\’educazione come rischio

L’anno scolastico riparte sotto il segno di un mandato chiaro, di una stella polare che ci auguriamo guiderà ogni nostra singola azione, dal primo squillo di campanella fino agli esami finali.
Questo mandato lo abbiamo riassunto nella formula: \”Liberi di educare per educare alla libertà\”. In queste poche parole abbiamo provato a rappresentare il cuore pulsante della nostra identità e della nostra missione.
\”Liberi di educare\” significa rivendicare con orgoglio e responsabilità lo spazio di una proposta educativa integrale, che non si piega alle mode del momento o al mero funzionalismo. Significa essere liberi di guardare i bambini e i ragazzi per quello che sono veramente: anime in cammino e non semplicemente futuri ingranaggi del sistema economico o sociale.
Per comprendere la natura di questa libertà dello sguardo, possiamo evocare un’immagine potente della nostra tradizione artistica: i Prigioni di Michelangelo. Quando osserviamo quelle masse di marmo da cui emergono corpi che sembrano lottare per liberarsi dalla materia grezza, tocchiamo con mano il mistero della persona umana e l\’essenza stessa del nostro \”essere liberi di educare\”.
Michelangelo aveva una concezione sublime della scultura: egli non pensava di dover \”creare\” la figura dal nulla, né di dover aggiungere elementi esterni al blocco di pietra. Sosteneva, al contrario, che l’opera d’arte fosse già interamente contenuta nel marmo. Il compito dello scultore era semplicemente quello di togliere il superfluo, di liberare la figura imprigionata.
Noi siamo liberi di educare perché siamo liberi da un pregiudizio: i bambini e i ragazzi che varcheranno la soglia delle nostre aule nei primi giorni non sono vasi vuoti da riempire con le nostre teorie o le nostre proiezioni personali. Ognuno di loro porta già in sé un disegno divino, un nucleo irripetibile di talenti, di desideri, di domande di senso.
Spesso, però, ci appariranno proprio come il “non finito” michelangiolesco: frammentati, spigolosi, talvolta chiusi in blocchi di silenzio, di apatia o di ribellione. La tentazione, in questi casi, è quella di forzare la mano, di pretendere che si adeguino subito a uno stampo predefinito, omologato. Ma la libertà educativa ci chiede la pazienza dello scalpello leggero. Ci chiede di saper guardare oltre la superficie grezza, oltre il brutto voto, oltre l’indisciplina, per scorgere l’uomo e la donna che lottano per venire alla luce. Siamo liberi di educare perché crediamo che in ogni singolo studente ci sia una bellezza nascosta che aspetta solo di essere liberata.
Se la nostra libertà di educare è il punto di partenza, il punto di arrivo della nostra missione è la seconda parte dello slogan: \”per educare alla libertà\”. Non si educa alla libertà se non si educa la libertà.
Educare alla libertà è un rischio enorme. Significa accettare che il fine ultimo del nostro insegnamento non sia l’addestramento dei ragazzi o il controllo, ma la loro reale autonomia e maturità.
Noi offriamo ai giovani la nostra tradizione, la nostra fede, il nostro patrimonio culturale e scientifico. Ma poi, ed è qui che scatta il rischio della libertà, dobbiamo accettare che loro verifichino questa proposta in prima persona. Devono imbattersi nella realtà, devono poter sbagliare, devono poter dare spazio al dubbio costruttivo.
Se non li lasciamo liberi di verificare, non li stiamo educando, li stiamo solo indottrinando.
Per visualizzare questa dinamica, la storia dell\’arte ci offre un altro capolavoro assoluto: la Vocazione di San Matteo di Caravaggio.
Nella penombra di quella stanza esattoriale, dove gli uomini sono chini a contare il denaro, irrompe Cristo e punta il dito. Ma la vera protagonista del quadro, oltre alla mano tesa, è la luce: un fascio di luce diagonale che squarcia il buio e illumina i volti.
Quella luce non costringe Matteo ad alzarsi: lo interpella, lo provoca. Lascia intatta la sua libertà di rispondere o di rimanere chino sui suoi soldi.
Il dramma si consuma nello spazio di quel raggio luminoso.
Il nostro essere \”liberi di educare\” ci permette di portare questa luce che risveglia la libertà dei bambini e dei ragazzi a noi affidati, intercettando il loro desiderio di verità.
Un insegnamento che non rischia, che non accetta la sfida della libertà dell\’altro, diventa sterile nozionismo, una lettera morta che non scalda il cuore di nessuno.
Per educare alla libertà, abbiamo bisogno di una ragione spalancata. Su questo binomio papa Leone XIV ci ha invitati a superare la finta frattura della modernità: l\’apparente separazione tra la fede e la ragione. Papa Leone XIV ci ricorda che la libertà intellettuale e la libertà spirituale crescono insieme.
Una scuola cattolica è libera di educare proprio perché non ha paura della ragione. Al contrario, la prospettiva cristiana esalta la ragione umana, la spinge a indagare la realtà in tutte le sue dimensioni, perché l\’intera realtà è segno del Creatore.
Per tradurre visivamente questa armonia di fede e ragione orientata alla libertà, guardiamo la Scuola di Atene dipinta da Raffaello nelle Stanze Vaticane.
Al centro di quel grandioso affresco vediamo Platone e Aristotele che camminano fianco a fianco. Platone indica l’alto, il mondo delle idee, la verticalità del Mistero; Aristotele distende la mano verso il basso, verso la terra, la concretezza fisica, verso l’osservazione empirica della natura.
Attorno a loro si muovono matematici, astronomi, filosofi, geometri.
La cosa straordinaria è che Raffaello ambienta questa monumentale ricerca razionale all\’interno dell\’architettura di una basilica cristiana in costruzione.
Non c’è conflitto. La ricerca della verità, condotta con rigore intellettuale, onestà e passione, trova la sua naturale dimora sotto la volta del tempio che si apre verso l’Infinito.
Essere liberi di educare vuol dire mostrare ai ragazzi che la matematica, la letteratura, l\’arte, le scienze e le lingue sono strumenti di liberazione intellettuale. Quando vengono spiegate le leggi della fisica o viene letta una poesia, si sta insegnando agli studenti a pensare con la propria testa, a non essere schiavi dei condizionamenti, ad aprirsi alla capacità di riconoscere il vero.
C’è un aspetto vitale che rende il lavoro del docente autenticamente \”costruttivo\” e pienamente \”piacevole\” ed è la consapevolezza che non siamo soli in questa trincea educativa.
Parlare di libertà e di educazione in una scuola cattolica significa, necessariamente, spalancare le porte all\’attore primario di questo percorso: la famiglia.
La famiglia è la prima e insostituibile sede in cui il bambino sperimenta la propria consistenza, il proprio valore e la propria libertà originaria.
Noi come scuola non ci sostituiamo ai genitori né vogliamo compiere un\’opera di supplenza. Noi ci affianchiamo a loro. Siamo chiamati a vivere una vera e propria \”alleanza educativa\”, un patto di corresponsabilità che esige una stima immensa e reciproca.
Camminare insieme alle famiglie significa radicare l\’educazione alla libertà nella roccia di una comunità aperta, che si lascia interrogare e che è sempre disposta a cambiare e tentare nuove strade.



